Perchè non sono solo cristiana

 

Perché non sono solo cristiana

Non posso essere solo cristiana, perché sono di sangue ebreo. Mia madre è ebrea, seppur non praticante, mia nonna materna era ebrea, seppur non praticante, ma solo per quel sangue ha rischiato la vita durante il nazismo. Sono una figlia di David. Volente o nolente. Così dice la religione ebraica. Chi nasce da madre ebrea, è ebrea.

Non posso essere solo cristiana perché i miei genitori, da quando ero piccola, mi dicevano che erano agnostici. Quanto è influenzato un cucciolo di uomo nel credere in una religione rispetto a ciò che credono i propri genitori? Credo in una percentuale enorme. Se i miei genitori fossero stati dei praticanti, molto probabilmente non avrei avuto dubbio: sarei diventata cattolica praticante. Ma i miei sono agnostici, ovvero non è che non credono in Dio, ma non potendolo dimostrare si astengono dal seguire alcuna fede. In particolare, mia madre, che insegnava Storia e Filosofia al Liceo scientifico Einstein di Milano, discorreva spesso a cena con mio padre di filosofi e dei loro concetti citando una volta Kant, una volta Nietzsche, una volta Platone e il Medioevo veniva raccontato come un periodo in cui la Chiesa aveva fatto molti danni. Io non capivo molto, ma assorbivo Idee lontane dalla catechesi cattolica.

Ma respiravo Umanesimo.

Il mio sentimento religioso ha fatto un lungo cammino. E scrivo questo post dopo aver percorso 120 km verso Santiago de Compostela dieci giorni fa. Mentre camminavo ho deciso che avrei scritto della mia religiosità. Ed eccomi qui a mantenere a me stessa la promessa di lascar traccia.


Mi hanno battezzata e mi hanno iscritta a catechismo. Credo per compiacere mia nonna Luisa, da cui ho preso il mio secondo nome.

Mia nonna era praticante. Quando mi fermavo il sabato sera a dormire da lei, era appuntamento doveroso la messa a Sant’Eufemia o a Sant’Eustorgio la domenica mattina. E tutte le estati con lei erano una lunga catechesi. Durante lae cerimonie ero sempre molto attenta. Rispettosa. Ascoltavo le omelie, non ricordo quanto capissi. E quando c’era la comunione, dicevo fra me e me che prima o poi l’avrei preso anche io il corpo di Cristo.

Certamente ha lavorato molto dentro di me il concetto di “colpa” e ho dovuto decostruirlo negli anni dell’adultità per superarlo. 

Mia nonna faceva volontariato in una comunità vincenziana. E ora che insegno in una scuola che per sessant’anni è stata guidata da Sorelle vincenziane, mi fa tenerezza immaginare che sia stata lei a farmi strada lì.

 Ho fatto la mia Prima Comunione credendo profondamente in quel gesto: da quel momento il rapporto con Gesù sarebbe stato per sempre. Mia mamma, invece, riteneva che l’avessi fatta per i regali che avrei ricevuto. Ma come poteva capire: lei non crede, anzi è praticamente una mangia-preti. 

Invece io a otto anni pensavo addirittura che da grande avrei potuto farmi suora.

I miei genitori non sono neppure venuti alla mia Prima Comunione. Solo io ricordo la vergogna che ho provato quando con un vestito bianco a righe verdi ero mano nella mano con il prete in prima fila a camminare lungo la navata di Santa Maria del Suffragio, mentre tutti gli altri bambini avevano il saio e i loro genitori accanto.

Poi d’un tratto tutto è cambiato.

L’adolescenza si è caratterizzata per una scoperta di un mondo spirituale e religioso che mi ha modellata. Anche se va detto che già dall’età di sei, facendo judo con un maestro giapponese, ho assorbito attraverso i suoi sguardi e il suo comportamento un’idea di disciplina mistica che difficilmente posso spiegare con le parole, ma che tuttora ho nelle ossa e nella pelle. Il mio rispetto per l’altro non era solo il frutto di una catechesi alla carità cristiana. Era qualcosa che non aveva titolo. Era un atteggiamento, una postura che il maestro mi ha insegnato insieme alla capacità di difendermi.

A quindici anni ho studiato a scuola Martin Lutero e il Protestantesimo e mi si è aperta la liceità religiosa del dialogo diretto con Dio, senza l’obbligo della confessione. Ho letto Siddharta e Narciso e Boccadoro di Herman Hesse e ho conosciuto il buddismo. Mi si è aperto un mondo di bontà, di rispetto per la Vita senza pensare che dovessi seguire necessariamente l’esempio di un Uomo e i precetti di una Chiesa che parallelamente scoprivo nella disciplina della Storia piena di omuncoli ipocriti che in nome di Dio facevano nefandezze. In altri contesti umani incontravo il Valore della Vita e della Verità.  

Ho cominciato a frequentare politicamente impegnati studenti che avevano “sposato” la religione comunista e colui che ancora oggi è un mio carissimo amico, stava nutrendo la sua anima al taoismo.

Maturava sempre di più l’anima ribelle adolescenziale che tutto vuole scoprire da sola. Il Dio stabilito dagli altri non mi stava più giusto.

Ho letto di Taoismo. E quella Via (perché Tao significa appunto Via, Sentiero, Cammino) la condivido profondamente ancora oggi. Il Tao è un simbolo a cui non posso rinunciare: la Vita come interscambio degli opposti, in cui l’uno tiene l’altro e non può non essere così, è una verità indiscutibile. Non c’è notte, senza giorno, luce senza buio, femminile senza maschile. Per anni ho indossato orecchini con il Tao.



Ho cominciato a fare meditazione.

I miei genitori sempre molto rispettosamente distaccati.

Io invece mi rendevo sempre più conto che il bisogno di Senso era sempre vigile, ma le vicende cattoliche sempre più lontane da una mente razionale che in me si faceva strada. Il dialogo interiore portava sempre più verso un’urgenza di Senso che la filosofia cominciava a dissetare e i dogmi erano catene da combattere.

Ho iniziato a studiare Socrate, Platone, Aristotele e mi sono tuffata in quattro anni di università come fossi entrata in Seminario: più studiavo filosofia teoretica, filosofia morale, filosofia del linguaggio, filosofia della scienza più cominciavo a trovare risposte alle domande esistenziali, che mi allontanavo dalle pratiche cattoliche seguite nella mia infanzia grazie a mia nonna Luisa, senza percepire mancanze. Erano gli anni in cui macinavo centinaia e centinaia di pagine di diario segreto. La scoperta di me, la confessione era totale, non avevo bisogno di un prete per entrare in relazione con l’Altro, con Dio. Non lo titolavo, ci parlavo però tanto.

All’età di ventidue anni sono stata male. La mia mente, che pensava troppo, innamorata di sé stessa, perché ero una fervida kantiana, ha perso la Via: inviluppata su se stessa, non è stata più in grado di trovare pace e per lunghi mesi ho vissuto un incubo in cui non ero più in grado di avere il controllo dei miei pensieri e delle mie emozioni. I miei genitori invece di portarmi da uno psico-qualcosa (in fondo davo esami con una media del 30, tanto male non stavo secondo loro) hanno deciso di portarmi con loro in India e lì ho avuto un’altra grande occasione di conoscere come Dio venisse ascoltato, pregato, invocato. Beh, non solo di Dio si poteva parlare: l’induismo ha centinaia di dei. Ma la spiritualità che ho respirato lì, non l’ho trovata da nessun’altra parte nel mondo visitato. Sono guarita da quella che oggi definirei una sorta di psicosi depressiva.

I santoni indiani, un po’ come il mio maestro Kurihara, bastava guardarli negli occhi per percepire quanto fossero connessi a Dio, alla Vita, alla Verità e alla Via.

Oggi faccio Yoga, che significa “unione”: il corpo, entra in risonanza con il respiro (pnuma- spirito) e la mente si svuota ed entra nella dimensione atemporale del sacro attraverso il profano. Anche il ballo sortisce il medesimo effetto estatico.

E vado a messa tutte le domeniche. Leggo testi buddistici e continua a leggere saggi filosofici.

Non posso essere solo cristiana. 

Perché, per quanto sia grata che nel mondo sia arrivato Gesù che ha celebrato e divulgato l’idea che Dio sia Padre Amorevole, non è l’unico per me che incarna la Via, la Verità e la Vita. Non riesco a essere cattolica e basta, perché mi sembra irrispettoso per tutti gli altri che definiscono e colgono Dio con altri gesti, con altre parole, con altre prospettive.

Non posso essere solo cristiana, perché lo ritengo in un certo senso una contraddizione rispetto all’insegnamento stesso che Gesù Cristo ha dato: se Dio è Amore, dove c’è Amore c’è Dio. Anche l’Islam parla di Dio-Amore. Gesù ha denunciato i rabbini per le loro Scritture dogmatiche, perché Dio è amore incarnato nei cuori degli uomini. E allora, se voglio essere seguace di Gesù, non posso che accogliere tutte le forme in cui questo Dio si presenta.

L’Amore in tutte le forme, che forse solo la lingua greca ha per esprimerLo*, lo invocano e lo praticano i mussulmani, i confuciani, i taoisti, i buddisti, i ferventi umanisti, per tutti vale tale Verità e allora “sono in Dio” e posso stare con tutti loro senza confini, trincee, fazioni.

Proprio perchè non discuto l’esistenza di Dio, ne ho avuto la riprova in diverse circostanze, non voglio indossare una divisa. Amo cambiare abiti, amo vivere in modi diversi e indosso un braccialetto con la stella di David, la croce cristiana, il Tao, l’Om, Ganesh e una civetta.

Ho studiato con passione l’Etica di Spinoza. Non discuto l’esistenza di Dio e per questo rispetto tutte le Vie per incontrarlo, compresa la matematica e le scienze esatte. Credo che ci siano tante Verità che Lo definiscano e tutte le Vite umane nel mondo che Lo incarnano.

Guardo le stelle, provo a percepire l’infinito spazio che mi circonda e faccio Silenzio: lì trovo veramente Dio e ringrazio la Vita, andando avanti a cercare verità, percorrendo le vie del mondo fuori e dentro di me.





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*Le principali parole greche per "amore":

  • Éros (ἔρως): L'amore passionale, carnale e il desiderio romantico. È una forza travolgente che mira al possesso dell'altro. 
  • Agápe (ἀγάπη): L'amore spirituale, incondizionato e disinteressato. È la forma più pura, basata sulla dedizione e sul bene del prossimo senza pretendere nulla in cambio. 
  • Philía (φιλία): L'amore fraterno, l'affetto e la profonda amicizia. Si fonda sulla stima, sulla lealtà e sulla condivisione di interessi. 
  • Storgé (στοργή): L'affetto naturale e istintivo. È tipico dei legami familiari, in particolare l'amore tra genitori e figli. 
  • Philautía (φιλαυτία): L'amore per se stessi. Non va inteso in senso egoistico, ma come sana cura e rispetto del proprio benessere.
  • Pragma (πρᾶγμα): L'amore pragmatico e maturo, basato sul compromesso, sul rispetto e sulla costruzione di un progetto di vita a lungo termine.
  • Ludus (ludus): L'amore giocoso, inteso come flirt, leggerezza e divertimento nella fase iniziale del corteggiamento.
  • Anteros (ἀντέρως): L'amore corrisposto e ricambiato, o la personificazione della passione che viene contraccambiata.
  • Hímeros (ἵμερος): Il desiderio fisico irrefrenabile, impellente e bruciante.
  • Pothos (πόθος): Il desiderio struggente e nostalgico, spesso rivolto verso una persona lontana o un ideale

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