Il sé digitale. L'AI fa paura. Perchè?
All’Happy Philò organizzato da Paolo Cervari venerdì 19 giugno eravamo circa una ventina tra uomini e donne, con una giusta proporzione di genere.
Paolo ci ha fatto giocare con il pensiero chiedendo di stare
dentro 4 round da 20/30 minuti circa in cui avremmo dovuto: porre domande, provare
a rispondere a una o pìù domande germogliate precedentemente, dialogare liberamente
e infine convergere in una domanda unica.
Sto scrivendo senza farmi aiutare dall’AI, oggetto del
discorso di ieri.
Già sembra che ormai sia importante specificare che il
frutto del pensiero sia personale, umano, incarnato e non generato da un’AI.
Desidero ringraziare gli amici con cui mi sono confrontata ora
ho bisogno di lasciare traccia qui, nel mio diario filosofico virtuale alcune
righe.
Quanto amo la gratuìta ricchezza della riflessione
filosofica!
[Prima di continuare vi chiedo di soffermarvi ad aprire i link ipertestuali collegati alle parole in giallo, che ho messo per argomentare le mie parole. Sono articoli interessanti, anche inquietanti, ma importanti]
L’AI fa paura.
Istintivamente pensiamo che verremo sostituiti da macchine pensanti. La Gen x conosce bene il film Blade Runner. Fa paura pensare che oggi ciò che il film fantascientifico narrava, cioè di un sentimento tra un umano e un non-umano, in Giappone sia accaduto: c’è chi si sposa con avatar virtuali . Siamo già sostituibili in quello che dovrebbe essere il più profondo attributo umano: il sentimento d’amore.
Come dibatti a chi sposando un s-oggetto ti dice “Lo amo
perché risponde a tutte le mie esigenze, ai miei bisogni, mi fa stare bene!”
Ciascuno di noi dà valore a qualcosa che magari altri non vedono
e riconoscono come tale. Se poi quel valore diviene riconosciuto da molti,
passiamo dalla follia alla “tradizione”, alla “cultura”, alla “legge”, al “diritto”
etc…
Noi siamo animali di senso, ne parlava
Aristotele, ma lungo la storia del pensiero troviamo Hobbes, Derrida, Cassirer
giusto per citare qualcuno che ha nutrito il pensiero occidentale. E quel senso
lo possiamo trovare ovunque. Lo possiamo dare a chiunque e a qualunque cosa.
La serie Netflix Scarpetta mostra chiaramente come potremmo
arrivare a relazionarci con i nostri cari che nel corpo sono morti: di esso è
stato generato un avatar virtuale a cui è stata iniettata un’AI che trattiene
contenuti di pensiero, di emozione, di valori, di ricordi del defunto. Chi non
lo vorrebbe, scagli la prima pietra.
Da millenni, come gruppo umano, stiamo lavorando in tutti i
modi per eliminare la MORTE, ciò che più fa paura. E oggi siamo in grado di
illuderci che la morte dell’altro sia solo fisica, ma che l’anima in un certo senso
continui a interagire con noi, la morte viene edulcorata da un’illusione
cinematografica sempre accesa e che entra in relazione con te.
Siamo anche animali di illusione.
Perché abbiamo paura? Questa, dunque, è la domanda che io ho
posto durante il primo round di pratica filosofica.
La paura è un sentimento primario che ci aiuta scappando o affrontando
il problema.
Oggigiorno è saggio nutrire il dubbio sull’AI per
affrontarla, per usarla con spirito critico. Anche perché indietro non si
torna. Quindi denigrare, biasimare e fare la caccia alle streghe è superfluo,
inutile e forse anche un po’ ipocrita. L’unica strada che vedo sensata da percorrere
è generando cultura, conoscenza e consapevolezza.
C’è consapevolezza del fatto che sia una tecnica al servizio
dell’umano. Hanno inventato la lavatrice per toglierci la fatica fisica. Oggi
abbiamo l’AI per toglierci la fatica mentale. La lavatrice ci ha snaturati? No,
ovviamente, ma sappiamo che l’esercizio fisico che un tempo si faceva lavando i
panni, oggi lo facciamo in palestra, altrimenti i nostri muscoli non funzionano.
Per analogia possiamo proiettarci in una realtà in cui se l’AI ci alleggerisce
di un’attività mentale che dobbiamo agire per lavorare, dobbiamo tener presente
di attivare la nostra mente in altri modi per non spegnere i neuroni
definitivamente. Se non utilizziamo una parte, quella parte si atrofizza.
IMMAGINA: Quanto rimarrà dell’umano, quando i robot intelligenti ci sostituiranno nel lavoro, se il lavoro è uno degli elementi di riconoscimento sociale ad oggi più forte?
“Che lavoro fai?” sarà una domanda senza senso. Magari la
domanda di riconoscimento sociale potrebbe diventare: “Cosa
stai facendo tu per il pianeta?”: L’umanità non più focalizzata a
lavorare per il proprio sostentamento, ma per quello dell’umanità
intera e del pianeta. Perchè no?
Ma magari non potremo neppure porci le domande, perchè in corsa verso un altro pianeta, perché questo sarà
invivibile. Già perché la paura che secondo me dobbiamo avere per farci agire e non paralizzare non è tanto quanto l’AI potrà togliere
al nostro sé umano. I miei figli, che sono nativi digitali, non si pongono il
problema di “essere senza mondo digitale”. Per loro è naturale.
Il vero problema è il dispendio energetico per far andare
questi cervelloni informatici .
Ma soprattutto il consumo e l’inquinamento di acqua sono
stratosferici.
Quindi il vero problema a mio avviso non sono gli effetti sulla nostra identità umana, sulla nostra autenticità in quanto fruitori.
Ciò che a me fa paura riguarda il fatto che nel mercato
globale, la domanda di AI ha messo in moto una macchina economica colossale che
andrà sempre più a consumare le già scarse risorse di terre rare e soprattutto
di ACQUA , già ridotta per il surriscaldamento globale. Qui si deve sperare che
tutte le forze umane (tecniche e politiche) siano indirizzate verso un impegno
di salvaguardia della VITA, affinché questo ennesimo strumento tecnico non
faccia collassare noi e il nostro Pianeta Terra.
Se siamo arrivati a inventare uno strumento così, vuol dire
che ci dobbiamo fare i conti e se dobbiamo sopravvivere ad essa dobbiamo conoscerla,
ciascuno nel proprio piccolo.
Perderemo la nostra coscienza? Perderemo la nostra identità
umana? L’AI ci renderà tutti stupidi?
Queste domande se le ponevano i nostri nonni con l’avvento
della radio e della TV.
I nostri bias ci fanno dire che “ieri era meglio di oggi”,
ma è una pura illusione prospettica.
La gen Z è già nativa digitale e non si pone il problema del
suo esser-ci nel mondo. Così come personalmente non mi sono mai posta il
problema del danno che la TV può avermi fatto. E l’ha fatto certamente, io sono
più limitata cognitivamente rispetto ai miei genitori e ai miei nonni.
Certamente avremo una trasformazione nella Specie, senza
dubbio le risonanze magnetiche al cervello dei nostri pronipoti potranno
mostrare una conformazione diversa da quella attuale. Ma mi fermerei qui senza
aggiungerci una connotazione valoriale, morale.
La teoria evolutiva
la conosciamo tutti.
Credo che solo prospetticamente potranno dare un giudizio
di verità sull’AI.
Ora noi ci siamo dentro, come Paperon de Paperoni lo era
nelle sue pepite d’oro. E devo dire che personalmente sono grata di essere nata
in questo tempo, per pormi domande e studiare e confrontarmi con altri esseri
umani che stanno scoprendo nuove frontiere per l’umano.
E come maestra ho il dovere di interrogarmi, studiare e
confrontarmi per aiutare le generazioni future ad avere spirito critico, che
oggi ci serve per osservare e usare l’AI e dopodomani?...
Bibliografia
minima:
Accoto
Cosimo, Il mondo in sintesi, Feltrinelli
Agamben
Giorgio, Che cos’è il contemporaneo, Nottetempo
Ancombe G.
Elizabeth, Intenzione, Edusc
Byung-Chul
Han, La società della trasparenza, Nottetempo
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Ferraris, La pelle, Feltrinelli
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Floridi, La quarta rivoluzione. Feltrinelli
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Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale, Raffaello Editore
Harari Yuval
Noah, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani,
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Noah, Sapiens, Bompiani
Mancuso
Vito, il bisogno di PENSARE, Garzanti
Mancuso Vito,
A proposito del senso della vita, Garzanti
Zizek
Slavoj, Vivere alla fine dei tempi, Ponte delle grazie




Commenti
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grazie per avermi scritto. ti risponderò al più presto.
ciao
Barbara